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Claude Chaun: un’artista fuori dagli schemi

“Maschile? Femminile? Ma dipende dai casi. Neutro è il solo genere che mi si addice sempre”.

                                                                                                                 Claude Chaun.

Credit: Claude Chaun

Coraggiose e avventurose, sempre vigili e pronte a cogliere l’attimo più fuggevole: sono le donne fotografe, coloro che sono riuscite attraverso l’obiettivo ad abbattere i pregiudizi di un mestiere considerato “maschile”. Si tratta di donne che hanno contribuito a cambiare i costumi e trovare finalmente il loro posto nel mondo.

Claude Cahun è ancora oggi l’artista più anticonformista che il mondo dell’arte abbia mai avuto. Nella sua vita ha esplorato diverse discipline, dalla scrittura alla fotografia, diventando molto spesso essa stessa un’opera d’arte. Poco incline alle etichette, dichiarava che il suo genere di arte e di vita non era ascrivibile a nessun genere. Nata il 25 ottobre del 1894 a Nantes, fu dunque artista dai molti talenti, ma rimase tuttavia in ombra forse per il suo essere donna o forse perché la sua arte o la stessa sua persona, sfuggivano alle categorie imposte dalla società.

Vita e arte fuori dagli schemi

Claude Cahun: un nome “neutro” a seconda dei casi maschile e femminile, accompagnato da un cognome tipicamente ebraico, quello della nonna paterna.

Tutta l’opera di Cahun è fortemente autoreferenziale, gli scritti come le immagini fotografiche, quasi a rivendicare una totale autonomia rispetto alla società e la realtà stessa: non a caso si avvicinò al pensiero e all’arte surrealista, del quale la interessarono anche i risvolti psicoanalitici. Il nome stesso, Claude Cahun, era scelto in funzione di una referenza, che rinviava ad un vissuto fortemente connotato dall’indefinitezza sessuale. La sua prima giovinezza fu segnata, a causa della diffusione del pensiero antisemita, da aggressioni e insulti per le sue origini ebraiche. Ancora più inaccettabili però, agli occhi della società, le sue inclinazioni omosessuali. Fu infatti Suzanne Malherbe l’amore della sua vita, musa e collaboratrice più stretta.

Nel corso degli anni ’20 la trasformazione di Cahun si sta compiendo: capelli rasati a zero, abiti da uomo e amicizie con gli artisti surrealisti più stravaganti e provocatori. Ma sono soprattutto i suoi autoritratti che cominciano ad assumere un’estetica ben definita. Fin da adolescente, infatti, Cahun adopera l’autoritratto come strumento di indagine della sua personalità: si ritrae a mezzobusto o addirittura in primo piano, combinando spesso elementi maschili e femminili.

Credit: Claude Chaun

Attraverso la fotografia Claude Cahun racconta sé stessa, la sua sessualità liquida, le infinite possibilità del corpo. L’artista scriveva ogni giorno la sua identità, l’arte era per lei uno specchio in cui l’immagine appariva ambigua, come se spettasse poi allo spettatore darne la visione definitiva. Sullo sfondo degli autoritratti l’angoscia dominava, mostrando un’alternanza continua tra volto e maschera.

“Sotto questa maschera un volto. Non finirò mai di sollevare tutti questi volti”

Diversità interiore, diversità nella fotografia

Nella fotografia di Claude Cahun c’è il rifiuto di appartenere a un genere definito, ma anche la volontà di esprimere attraverso il corpo la propria diversità. Diversità perché ebrea, omosessuale, probabilmente anoressica, vittima di un sistema che isolava le persone con disturbi psichici. Il surrealismo la aiutò ad esprimere al meglio la sua arte e creatività, ma l’eredità che ci ha lasciato Claude Cahun va oltre i movimenti e le categorie che tanto le stavano strette. Spesso le sue immagini, così come i suoi scritti, sembrano porre questioni sul diritto di essere semplicemente diversi da tutti gli altri. Un atteggiamento che Claude Cahun aveva chiamato la sua “mania dell’eccezione”.

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